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A Gavoi si costruiscono e si suonano alcuni tra i più
arcaici strumenti musicali presenti in Sardegna: "sos tumbarinos" di pelli di
cane, capra e asino; zufoli di canna
palustre; triangoli di ferro battuto. Con essi si accompagnano i
balli tradizionali di Gavoi che coinvolgono tutta la comunità.
Su tumbarinos::
con tale strumento centinaia di Gavoesi festeggiano il giovedì grasso,
sfilando per le vie del paese. Tale spettacolo è da non perdere per chi
visita Gavoi e la Barbagia.
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Il
Carnevale: si inizia con il Giovedì grasso, giorno in cui si
tiene "Sa Sortilla 'e tumbarinos" il raduno dei tamburi
costruiti interamente a mano;La sfilata continua per tutte le vie
del paese, con in sottosfondo il suono assordante e ripetitivo dei
tamburi, numerosissimi i partecipanti alla "sortilla, che
rappresentano una attrattiva per i visitatori, e un divertimento per i
partecipanti... ultimamente alla "sortilla de tumbarinos"
partecipano numerosissimi "non gavoesi, turisti, amici dei
paesi vicini.. che vogliono provare l'ebbrezza della del carnevale gavoese...con
grandi bevute, zeppole, Orrostu de Porcheddu e de
Anzone....formaggio
di Gavoi con
patate di Gavoi....e
l'immancabile Pane è Fresa. |
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Racconto
di un giornalista
della "Nuova"
"il Giovedì grasso a Gavoiì" FESTE
E TRADIZIONI Franco
Stefano Ruiu
Vi è mai capitato di ascoltare il racconto del carnevale di Rio da
qualcuno che l'aveva vissuto? A me la sorte è toccata e sentirne parlare
con infinito trasporto non è costata alcuna fatica. Giorni e notti a
ballare, frastuono assordante, ragazze e ragazzi da sballo, samba che
voleva dire ben altro del semplice roteare di fianchi e ancheggiare. Ma
quello che più ricordava, l'amico in questione, era quel suono continuo e
sempre attonato, figliato da mille strumenti. Ecco, un qualcosa del
genere, rapportato in scala uno a mille, accade a Gavoi. Nel mio
girovagare per feste, scoprendo i tamburi del luogo, ho provato emozioni
inusuali che mi ha lasciato perplesso. Mai come allora ho avvertito la
voglia di rinunciare alle foto e di gettarmi a nuotare in quel mare di
suoni nostrani. Per far carnevale a Gavoi ci vuole soltanto la voglia di
farlo, il resto è tutto in discesa. Un po' di fuliggine sui tratti del
volto, una beste de rusticu se c'è, altrimenti va bene "di tutto di
più", un tamburo a tracolla, organetto diatonico, triangolo e
zufolo, poi sa gan'e sortire. Oggi la festa a Gavoi è il Giovedì Grasso,
ma è cosa recente. Non è che il nuovo dispiacia, anzi, nel caso
specifico, fa infinito piacere perché vedere un intero paese coinvolto
nel bene, con tanti forestieri in aggiunta, non è cosa abbastanza
normale. Jobia Lardajola è stata una saggia invenzione anche perché non
ha calpestato il passato, se mai gli ha dato splendore facendolo uscire,
tra l'altro, per le strade del mondo. Andando per ordine e tornando a
ritroso nel tempo si scopre che il carnevale a Gavoi iniziava ai primi
dell'anno e finiva col buio dell'ultimo giorno che precedeva quaresima. Le
compagnie si formavano con estrema naturalezza, chi c'era - c'era, e
l'ultimo chiudeva la porta. Ogni gruppo disponeva di quanto serviva e
cominciava a girare per case, in data variabile. Si sapeva dell'ora
d'inizio, per la fine non c'era problema. Ciascuno recava una maschera in
volto, di stracci o di pelle di capra. Il padrone della casa prescelta, più
per rispettare il copione che per fiducia carente, chiedeva che uno del
gruppo garantisse per tutti, e quello che era più conosciuto, rinunciando
alla privacy, sollevava il sipario. Per trasferire allegria dalla strada
all'interno di una dimora, era quello il segnale. Cominciavano i canti ed
i balli. La memoria dei giovani, di quelli che oggi conducono le danze,
annovera nomi e cognomi di persone che han tramandato l'usanza. Pera Ladu
pipiolu, Ceccio Piras triangulu, ziu Cadone organetto e Giuseppino Ladu
tamburo. Ma c'erano pure Zizzu Costeri, Peppinu Marche e chi sa quanti
altri. Sono loro che hanno lasciato una traccia ufficiale, con tanto di
registrazioni sonore, a prova di inganni. Sos muttos de carrasecare erano
d'obbligo in quei festosi frangenti, con rima retroga, specifica in zona
del solo Gavoi, ma sembra che ci siano attinenze nelle parti basse
dell'isola. "A su carrasecare su pratt'est in sa mesa - a su
carrasecare pes'a nos cumbidare - su pratt'est in sa mesa - a nos
cumbidare pesa.." E via con l'offerta di pilichittos e vino. La
costante era questa, con varianti che avevano origine a seconda di luoghi
e circostanze. Ogni gruppo, al suo interno, aveva l'addetto a sa mazzocca
de linna. Serviva per scoraggiare chi avesse intenzione de istoccare i
tamburi. Balentia a quei tempi era anche questa effimera prova di forza:
zittire gli avversari festanti squarciando il tamburo. Tra paesani finiva
a sfottò, promettendo rivincite ad altre occasioni. Se, invece, ad osare
l'impresa era gente di fuori, allora finiva a schifio. Il carnevale senza
data precisa era tutto spontaneo, soltanto allegria e coinvolgeva gli
anziani ed i piccoli, sia maschi che femmine. La memoria degli anni
sessanta ricorda una marea di sale da ballo che riunivano gente di tutti i
paesi. "Sole Rosso" e "Buttillone" sembra che fossero
il mito. Il bisogno di festa era talmente sentito che a reprimerlo non
bastavano neppure i fatti nefasti, anzi, il bisogno diventava esigenza per
riuscire a scacciare le ansie e i problemi gravosi. Ai tempi delle taglie
che imbrattavano i muri, che davano a ognun ricercato un valore in moneta
per la propria uccisione o cattura, a Gavoi si ballava, ma non per non
volerci pensare o per dire "chi se ne frega". Era bisogno di
vivere, di non perdere il treno della vita normale. Rovistando in
soffitta, Gavoi ha scoperto uno strano strumento che si chiama tumbarro.
E' una vescica di porcu mannale gonfiata con aria, tenuta sospesa fra un
lungo bastone di canna e una corda di ottone. Il bastone, di traverso, ha
un pezzo di legno. Girandolo funge da chiave per avvolgere la corda di
ottone che, se strofinata con un archetto di crine e golostru, produce un
suono dal timbro orientale che, coi tamburi, fa pure bella figura. Il
baccano di oggi, che sembra voler ridestare la vita dei campi dal torpore
invernale, sta comunque scacciando uno spicchio cruento del carnevale di
allora: su mort'e carrasecare. Oggi è diventato Zizzarrone, un pupazzo
che finisce bruciato, altra cosa rispetto all'usanza remota. Quel
"c'era una volta" aveva a che fare con un essere umano, un
misero che, per troppo bisogno, rinunciava all'ultimo pezzo di dignità
posseduta. Pur di avere recattu accettava ogni beffa. Veniva mascherato in
modo spregevole, seduto a somaro e fatto girare per tutto il paese dove
ognuno aveva diritto di tutto, e lui sopportava. Una cosa del genere
accadeva pure ad Orgosolo e si chiamava Maimone, solo che lì si arrivava
a pungolarlo di brutto per provocare un tributo di sangue alla terra che
doveva dare germogli. Poi, col venir meno di simili "ultimi",
che avevano troppo bisogno (mancu male!), è scomparsa pure la maschera
lasciando il posto al suono di mille tamburi che fanno venire una voglia
di ballo, che non teme confronti, alla faccia del richiamo d'oltre oceano,
che sa di samba. Non basta o ci vuole altro?
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