Gavoi 

SORTILLA ‘E TUMBARINOS – JOVIA LARDAJOLA – 23 FEBBRAIO A GAVOI –

Il carnevale di Gavoi
Armiamoci di voglia di divertimento, tumbarinu, triangulu, sonette, pipiolu…

” Balla chi como benit carrasecare,
a nos iscuttinare sa vida! ” ♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭♪ ♫ ♬ ♩ ♭ ♪ ♫ ♬ ♩ ♭

“SORTILLA ‘E TUMBARINOS”2017

“Musiche e suoni accompagneranno le maschere nelle strade. Tumbarinos con pelli di capra, su pipiolu, su triangulu, e qualche tumborro, una sorta di serraggia e organetti diatonici. Il carnevale gavoese è quello più musicale dell’isola. E i ritmi saranno quelli dei balli tradizionali, accompagnati dai canti.  Jovia lardajola” è musica Sortilla (raduno): dalle ore 15 in piazza San Gavino con i suonatori di tumbarinu e degli altri strumenti musicali, che escono spontaneamente dalle case per unirsi nella “sortilla” che diventerà corteo e sfilata per le vie del paese e fino a notte inoltrata.

Per Jovia lardajola ogni anno ripropongo l’articolo di un visitatore che ha raccontato la sua esperienza del giovedì grasso a Gavoi

Racconto di un giornalista della “Nuova”  “il Giovedì grasso a Gavoi”  FESTE E TRADIZIONI Franco Stefano Ruiu

Vi è mai capitato di ascoltare il racconto del carnevale di Rio da qualcuno che l’aveva vissuto? A me la sorte è toccata e sentirne parlare con infinito trasporto non è costata alcuna fatica. Giorni e notti a ballare, frastuono assordante, ragazze e ragazzi da sballo, samba che voleva dire ben altro del semplice roteare di fianchi e ancheggiare. Ma quello che più ricordava, l’amico in questione, era quel suono continuo e sempre attonato, figliato da mille strumenti. Ecco, un qualcosa del genere, rapportato in scala uno a mille, accade a Gavoi. Nel mio girovagare per feste, scoprendo i tamburi del luogo, ho provato emozioni inusuali che mi ha lasciato perplesso. Mai come allora ho avvertito la voglia di rinunciare alle foto e di gettarmi a nuotare in quel mare di suoni nostrani.

Per far carnevale a Gavoi ci vuole soltanto la voglia di farlo, il resto è tutto in discesa. Un po’ di fuliggine sui tratti del volto, una beste de rusticu se c’è, altrimenti va bene “di tutto di più”, un tamburo a tracolla, organetto diatonico, triangolo e zufolo, poi sa gan’e sortire. Oggi la festa a Gavoi è il Giovedì Grasso, ma è cosa recente. Non è che il nuovo dispiacia, anzi, nel caso specifico, fa infinito piacere perché vedere un intero paese coinvolto nel bene, con tanti forestieri in aggiunta, non è cosa abbastanza normale.

Jovia Lardajola è stata una saggia invenzione anche perché non ha calpestato il passato, se mai gli ha dato splendore facendolo uscire, tra l’altro, per le strade del mondo. Andando per ordine e tornando a ritroso nel tempo si scopre che il carnevale a Gavoi iniziava ai primi dell’anno e finiva col buio dell’ultimo giorno che precedeva quaresima. Le compagnie si formavano con estrema naturalezza, chi c’era – c’era, e l’ultimo chiudeva la porta. Ogni gruppo disponeva di quanto serviva e cominciava a girare per case, in data variabile. Si sapeva dell’ora d’inizio, per la fine non c’era problema. Ciascuno recava una maschera in volto, di stracci o di pelle di capra. Il padrone della casa prescelta, più per rispettare il copione che per fiducia carente, chiedeva che uno del gruppo garantisse per tutti, e quello che era più conosciuto, rinunciando alla privacy, sollevava il sipario. Per trasferire allegria dalla strada all’interno di una dimora, era quello il segnale. Cominciavano i canti ed i balli.

La memoria dei giovani, di quelli che oggi conducono le danze, annovera nomi e cognomi di persone che han tramandato l’usanza. Pera Ladu pipiolu, Ceccio Piras triangulu, ziu Cadone organetto e Giuseppino Ladu tamburo. Ma c’erano pure Zizzu Costeri, Peppinu Marche e chi sa quanti altri. Sono loro che hanno lasciato una traccia ufficiale, con tanto di registrazioni sonore, a prova di inganni. Sos muttos de carrasecare erano d’obbligo in quei festosi frangenti, con rima retroga, specifica in zona del solo Gavoi, ma sembra che ci siano attinenze nelle parti basse dell’isola.

“A su carrasecare su pratt’est in sa mesa – a su carrasecare pes’a nos cumbidare – su pratt’est in sa mesa – a nos cumbidare pesa..” E via con l’offerta di pilichittos e vino. La costante era questa, con varianti che avevano origine a seconda di luoghi e circostanze. Ogni gruppo, al suo interno, aveva l’addetto a sa mazzocca de linna. Serviva per scoraggiare chi avesse intenzione de istoccare i tamburi. Balentia a quei tempi era anche questa effimera prova di forza: zittire gli avversari festanti squarciando il tamburo. Tra paesani finiva a sfottò, promettendo rivincite ad altre occasioni. Se, invece, ad osare l’impresa era gente di fuori, allora finiva a schifio. Il carnevale senza data precisa era tutto spontaneo, soltanto allegria e coinvolgeva gli anziani ed i piccoli, sia maschi che femmine. La memoria degli anni sessanta ricorda una marea di sale da ballo che riunivano gente di tutti i paesi. “Sole Rosso” e “Buttillone” sembra che fossero il mito. Il bisogno di festa era talmente sentito che a reprimerlo non bastavano neppure i fatti nefasti, anzi, il bisogno diventava esigenza per riuscire a scacciare le ansie e i problemi gravosi. Ai tempi delle taglie che imbrattavano i muri, che davano a ognun ricercato un valore in moneta per la propria uccisione o cattura, a Gavoi si ballava, ma non per non volerci pensare o per dire “chi se ne frega”. Era bisogno di vivere, di non perdere il treno della vita normale. Rovistando in soffitta, Gavoi ha scoperto uno strano strumento che si chiama tumbarro. E’ una vescica di porcu mannale gonfiata con aria, tenuta sospesa fra un lungo bastone di canna e una corda di ottone. Il bastone, di traverso, ha un pezzo di legno. Girandolo funge da chiave per avvolgere la corda di ottone che, se strofinata con un archetto di crine e golostru, produce un suono dal timbro orientale che, coi tamburi, fa pure bella figura. Il baccano di oggi, che sembra voler ridestare la vita dei campi dal torpore invernale, sta comunque scacciando uno spicchio cruento del carnevale di allora: su mort’e carrasecare. Oggi è diventato Zizzarrone, un pupazzo che finisce bruciato, altra cosa rispetto all’usanza remota. Quel “c’era una volta” aveva a che fare con un essere umano, un misero che, per troppo bisogno, rinunciava all’ultimo pezzo di dignità posseduta. Pur di avere recattu accettava ogni beffa. Veniva mascherato in modo spregevole, seduto a somaro e fatto girare per tutto il paese dove ognuno aveva diritto di tutto, e lui sopportava. Una cosa del genere accadeva pure ad Orgosolo e si chiamava Maimone, solo che lì si arrivava a pungolarlo di brutto per provocare un tributo di sangue alla terra che doveva dare germogli. Poi, col venir meno di simili “ultimi”, che avevano troppo bisogno (mancu male!), è scomparsa pure la maschera lasciando il posto al suono di mille tamburi che fanno venire una voglia di ballo, che non teme confronti, alla faccia del richiamo d’oltre oceano, che sa di samba. Non basta o ci vuole altro?   FESTE E TRADIZIONI Franco Stefano Ruiu

Gavoi.com®

 

 

 

FOTO SIESKO
FOTO DI FRANCESCO MEREU –  SIESKO

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FOTO DI FRANCESCO MEREU – SIESKO

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